Oggi il cielo si presenta senza sfumature, come se un pennello avesse unito il celeste della volta e le nuvole che ieri si ammucchiavano sul Montiferru e sui primi pendii del Monte Arci. Il sole, non ancora alto sulle nostre teste, non sembra convinto di farci pagare la giornata così così appena trascorsa. Il bar nel quale sorseggio il mio caffé lungo decaffeinato si apre su due bracci che immagino reggano ognuno una candela, invece che un faro, e stringano in una bacinella le acque del golfo di Oristano. Il braccio di destra è niente meno che la penisola del Sinis, con la città punico romana di Tharros e quello di sinistra Capo Frasca, teatro di rumorose manovre militari. Ancora più a sinistra, quello che mia figlia chiama “la montagna dove è nato papà”: il magnifico monte Arcuentu che si staglia maestoso sopra un alternarsi verde grigio di colline.
Il mare è piuttosto calmo. Mentre un gabbiano attraversa muto la scena pago il conto altrettanto silenziosamente, non riuscendo a staccare lo sguardo da un orizzonte che non ho mai visto così basso. Tranquilli, è soltanto un’illusione. Il mare è composto da due soli colori: il blu, a dire il vero poco intenso oggi, e, dietro quella lunga striscia bianca, il celeste, che sembra volersi fondere, come le nuvole di ieri, con il cielo. Ed è in questo celeste, al di là della linea apparente dell’orizzonte, in quella parte di mare che è diventato cielo, che appare, improvvisa, una nave.
“La nave”, dice mia figlia, “la nave sta volando!”